Salute

Ansia e attacchi di panico con o senza agorafobia

L’ansia è uno stato fisiologico, ma in alcuni casi diviene una condizione patologica fino a sfociare negli attacchi di panico.

Autore: Arianna Bernardini (Mer, 17/02/2010)

Ansia e attacchi di panico con o senza agorafobiaL’ansia è uno stato psicologico molto comune che caratterizza alcuni momenti peculiari della vita di ogni individuo. È una risposta naturale allo stress emotivo causato da situazioni che prevedono prove particolari a cui si viene chiamati, da eventi il cui esito incerto desta preoccupazione.

Uno stato di agitazione fisiologico, dunque, che però può trasformarsi in una condizione patologica nel momento in cui i timori verso i problemi del presente e l’apprensione verso la vaghezza del futuro divengono ossessivi e incontenibili.

Un senso di costante angoscia e sintomi corporei diversi per tipologia e intensità contraddistinguono le sindromi ansiose, le cui forme principali sono tre: ansia acuta, ansia di tipo cronico e ansia causata da eventi traumatici o stressanti.

Ansia acuta e disturbo da attacchi di panico (DAP)

L’ansia acuta è caratterizzata dalla presenza di attacchi di panico (detti anche crisi di panico o DAP, Disturbo da Attacchi di Panico), cioè dalla comparsa improvvisa di paura intensa e sintomi corporei quali sensazione di soffocamento, tachicardia, vertigini, tremore, sudore, brividi, nausea. Una crisi di panico fa provare contemporaneamente, per una manciata di secondi che però sembrano eterni, senso di pazzia e senso di morte.  

Gli attacchi di panico si verificano generalmente mentre il soggetto svolge attività del tutto ordinarie o al risveglio (anche improvviso nel cuore della notte) e giungono alla massima intensità già nel giro di pochi secondi oppure di pochi minuti, regredendo progressivamente e lasciando la persona colpita in uno stato di evidente spossatezza.

Queste crisi possono verificarsi con una frequenza considerevole, persino una o due volte nell’arco delle 24 ore. Chi soffre di attacchi di panico solitamente sviluppa una vera e propria “paura della paura”, ovvero un’ansia anticipatoria verso possibili nuovi attacchi, che genera comportamenti tesi a scongiurare il verificarsi di nuove reazioni emotive e somatiche. Tuttavia questo comportamento non ha altro effetto se non quello di aggravare la sintomatologia fobica, dando origine al disturbo di attacchi di panico (DAP) vero e proprio.

Quando le crisi di panico diventano ricorrenti, il timore di essere vittima di un nuovo attacco diviene un pensiero fisso. La persona che soffre di DAP inizia a modificare le proprie abitudini e mette in atto strategie di evitamento. Queste riguardano il rifiuto di affrontare le situazioni che considera rischiose: i contesti da cui non potrebbe allontanarsi facilmente e trovare aiuto (posto che nel momento clou dell’attacco di panico è come se nessuno potesse essere davvero d’aiuto, neppure un medico) se si presentasse una crisi improvvisa e i luoghi esterni a casa propria in cui si è verificato almeno un attacco di panico. A questo si aggiunge il senso di disagio al solo pensiero di avere una crisi di panico se circondati da altre persone, per strada o in luoghi pubblici, o in luoghi solitari.

La conseguenza di questo stato di cose è che il soggetto affetto da disturbo da attacchi di panico non riesce più a frequentare posti affollati; a entrare in centri commerciali, supermercati, negozi, ristoranti, locali di svago o cinema; a viaggiare su qualsiasi mezzo pubblico oppure a mettersi alla guida di un veicolo (quando si viaggia, autostrade, gallerie e ponti in particolare rappresentano dei seri, quanto irrazionali, pericoli). Chi soffre di DAP quindi necessita sempre di essere accompagnato da una persona di fiducia; nei casi più gravi può isolarsi a casa propria, percepita solitamente come il luogo più sicuro, e rinunciare a una vita di relazione esterna all’abitazione nella quale vive. Senza dubbio una vita d’inferno che chi non ha vissuto un’esperienza simile fa fatica o si rifiuta di capire.

Attacchi di panico associati ad agorafobia

Quando l’evitamento di ogni situazione potenzialmente ansiogena diviene un comportamento abituale, si parla di attacchi di panico associati ad agorafobia (dal greco agorà, ‘piazza’ e phóbos 'timore, paura').

Sebbene l’agorafobia descriva letteralmente la paura degli spazi aperti, nel caso della sindrome DAP si riferisce più specificatamente al timore di trovarsi in posti dai quali è difficile allontanarsi per tornare a casa o spostarsi in un luogo ritenuto più sicuro (es. un bar con una saletta non affollata, dove potersi sedere e sperare di sentirsi un poco meglio) se dovesse presentarsi un’ansia incontrollabile e/o un attacco di panico (questi due fenomeni sono differenti tra loro).

L’agorafobia quindi si presenta anche come un problema strettamente connesso al disturbo di panico, ma può essere diagnosticata in modo autonomo, cioè senza anamnesi di disturbo di panico (in questo caso, il soggetto evita delle crisi che, pur dando vita a sintomi di ansia, non rappresentano veri e propri attacchi di panico).

Al giorno d’oggi ancora non vi sono cause certe per le crisi di panico.

Le ipotesi più accreditate si orientano su eventi traumatici (es. shock, lutto, relazione sentimentale finita, relazioni interpersonali difficili e disagevoli con un genitore o il partner, ecc.), su fattori genetici che renderebbero alcune persone particolarmente vulnerabili e su fattori biologici relativi alla presenza di sostanze che, già presenti nel sistema nervoso centrale, d’improvviso inizierebbero ad agire in maniera anomala.

La terapia per le crisi di panico tradizionalmente è di natura sia farmacologica, mediante l’utilizzo di antidepressivi e sostanze quali serotonina capaci di attenuare gli attacchi improvvisi, sia psicologica.
La soluzione ideale è rivolgersi contemporaneamente a un neurologo e uno psicologo o uno psichiatra.

Foto: © Cammeraydave | Dreamstime.com

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